IMMACOLATA CONCEZIONE : da Duns Scoto la spiegazione decisiva

Il dogma dell’Immacolata Concezione fu solennemente proclamato dal beato Pio IX l’8 dicembre 1854, dopo secoli di devozione popolare, dispute e approfondimenti teologici. Fondamentale si rivelò il contributo del francescano Duns Scoto (†1308), che seppe superare la principale obiezione all’esenzione di Maria Santissima dal peccato originale fin dall’istante del concepimento. E vi riuscì con un argomento geniale.

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di Padre Giorgio Maria Farè, OCD *

Il dogma dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria fu solennemente proclamato in Vaticano dal Beato Pio IX l’8 dicembre 1854, a coronamento di una storia secolare di devozione popolare e dispute teologiche.

Che la Madonna fosse Immacolata, cioè “senza macchia”, era convinzione antichissima nella Chiesa. Il popolo di Dio, mosso dal soprannaturale sensus fidei, già da secoli venerava la Madre di Dio come tutta pura, tutta santa, illibata e analoghi attributi. Il titolo di Immacolata già compariva in diversi testi liturgici e Papa Alessandro VII, due secoli addietro, aveva stabilito rigide pene canoniche per coloro che avessero predicato una dottrina in contrasto con quella dell’esenzione di Maria Santissima dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento.[1]

Anche il Concilio di Trento, quando – nel promulgare il decreto dogmatico sul peccato originale – “stabilì e definì che tutti gli uomini nascono affetti dal peccato originale, dichiarò tuttavia solennemente che non era sua intenzione comprendere in quel decreto, e nell’ambito di una definizione così generale, la Beata ed Immacolata Vergine Maria Madre di Dio”.[2]

DUNS SCOTO - Particolare

Beato Giovanni Duns, detto Scoto

Il dibattito dottrinale circa la speciale santità di Maria ricevette un contributo decisivo dal Beato Giovanni Duns, detto Scoto, insigne teologo francescano vissuto nel XIII e XIV secolo. Originario della Scozia, egli studiò nella prestigiosa università di Parigi e insegnò teologia in Inghilterra, Francia e Germania. Fu detto il “Dottore sottile” per la finezza del suo pensiero che, in ambito teologico, ebbe come punto focale il Primato universale di Cristo. In particolare, spiegava Benedetto XVI, “per Duns Scoto l’Incarnazione del Figlio di Dio, progettata sin dall’eternità da parte di Dio Padre nel suo piano di amore, è il compimento della creazione, e rende possibile ad ogni creatura, in Cristo e per mezzo di Lui, di essere colmata di grazia, e dare lode e gloria a Dio nell’eternità”.[3]

Scriveva il Beato: “Pensare che Dio avrebbe rinunciato a tale opera se Adamo non avesse peccato, sarebbe del tutto irragionevole! Dico dunque che la caduta non è stata la causa della predestinazione di Cristo, e che – anche se nessuno fosse caduto, né l’angelo né l’uomo – in questa ipotesi Cristo sarebbe stato ancora predestinato nella stessa maniera”.[4] Da questa enunciazione, detta della “predestinazione incondizionata” di Cristo, vale a dire non condizionata da alcun fatto contingente, la dottrina scotista fa discendere la predestinazione incondizionata di Maria: la Madre di Dio fu preordinata dall’eternità nell’unico e identico decreto dell’Incarnazione della Divina Sapienza.[5]

Per poter affermare l’Immacolata Concezione di Maria Santissima, tuttavia, lo Scoto dovette superare l’obiezione che veniva posta dai teologi suoi contemporanei e che già era stata avanzata da Sant’Agostino: la Redenzione di Cristo, per essere perfetta, deve essere universale,[6] ma se un solo essere umano è stato preservato dal peccato originale, allora la Redenzione di Cristo non è perfetta. Pertanto, la dottrina del tempo riteneva che la Madonna fosse stata santificata mentre si trovava nel grembo di sua madre, oppure alla nascita, ma in ogni caso dopo essere stata segnata dal peccato originale all’atto del suo concepimento. Di questo parere era già stato anche San Tommaso d’Aquino.

Per superare questo ostacolo Duns Scoto elaborò un argomento geniale, la teoria della redenzione preventiva o preservativa, secondo la quale anche la Madonna era stata redenta da Gesù, ma con una redenzione preventiva, prima e fuori del tempo, in previsione dei meriti del suo Figlio divino. In questo modo veniva garantita l’universalità della Redenzione, e allo stesso tempo avvalorato quanto la pietas già da secoli suggeriva circa l’assoluta incompatibilità tra Maria Santissima e il peccato, non solo personale ma anche originale.

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Beata Vergine Potente del Trompone, Moncrivello (Vercelli)  – Si noti a sinistra in basso Duns Scoto con telescopio che “ammira” il dogma dell’Immacolata Concezione

L’argomentazione dello Scoto prende le mosse dalla stessa premessa che pareva ostacolarla, vale a dire la perfezione della mediazione salvifica di Cristo. Affinché la mediazione fosse perfetta era necessario che il Mediatore preservasse almeno qualcuno dal contrarre il peccato originale. Infatti, un mediatore è più perfetto se previene l’offesa, anziché placare qualcuno che è già offeso. E dato che Maria era predestinata ad essere la Madre di Gesù, era conveniente che fosse proprio lei ad essere preservata.

Inoltre, la perfezione del Mediatore richiede la preservazione da ogni colpa, non solo da quella attuale, ma anche da quella originale. Ecco dunque che la Vergine fu esente da ogni macchia originale fin dal primo istante del suo concepimento. Dio infuse la grazia santificante nella sua anima al momento stesso in cui infuse l’anima nel corpo, cosicché la Vergine non fu mai contaminata, neppure per un istante, dal peccato originale.[7] I discepoli di Duns Scoto tramandarono il famoso sillogismo: “Potuit, decuit ergo fecit”: “Ciò conveniva, era possibile, e dunque Dio lo fece”.[8]

L’Immacolata Concezione, dunque, diceva ancora Benedetto XVI, “rappresenta il capolavoro della Redenzione operata da Cristo, perché proprio la potenza del suo amore e della sua mediazione ha ottenuto che la Madre fosse preservata dal peccato originale”.[9]

San Giovanni Paolo II, in un’udienza generale sul tema dell’Immacolata Concezione, sottolineò che “l’affermazione dell’eccezionale privilegio concesso a Maria pone in evidenza che l’azione redentrice di Cristo non solo libera, ma anche preserva dal peccato. Tale dimensione di preservazione, che è totale in Maria, è presente nell’intervento redentivo attraverso il quale Cristo, liberando dal peccato, dona all’uomo anche la grazia e la forza per vincerne l’influsso nella sua esistenza. […] A Maria, prima redenta da Cristo, che ha avuto il privilegio di non essere sottoposta neppure per un istante al potere del male e del peccato, guardano i cristiani, come al perfetto modello ed all’icona di quella santità, che sono chiamati a raggiungere, con l’aiuto della grazia del Signore, nella loro vita”.[10]

* Sacerdote e Carmelitano Scalzo


[1] Cfr. Beato Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus.

[2] Cfr. Beato Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus.

[3] Benedetto XVI, Udienza generale su Giovanni Duns Scoto, 7 luglio 2010.

[4] Beato Giovanni Duns Scoto, De praedestinatione Christi eiusque Matris. Reportatio Parisiensis, III, d. 7, q. 4.

[5] Cfr. Beato Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus e Pio XII, Costituzione apostolica Munificentissimus Deus.

[6] “Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per lopera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per lobbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5, 18-19).

“Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la resurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1 Cor 15, 21-22).

[7] Cfr. Beato Duns Scoto, Reportatio parisiensis III Sent., d. 3, q. 2 e Opus Oxoniense. III Sent., d. 3, q. 1.

[8] Il significato del sillogismo, che era già stato usato da altri teologi è il seguente: se Dio poteva liberare la Vergine dal peccato originale (potuit); era conveniente che Colei che doveva essere Madre di Dio fosse esente dal peccato originale (decuit), quindi se Dio lo poteva (potuit), se era conveniente che Dio lo facesse (decuit), allora Dio lo fece (fecit).

[9] Benedetto XVI, Udienza generale su Giovanni Duns Scoto, 7 luglio 2010.

[10] San Giovanni Paolo II, Udienza generale, 5 giugno 1996.

Il Magistero, Amoris Laetitia e l’Istituto Giovanni Paolo II

La discussione in margine alle vicende che hanno colpito l’Istituto Giovanni Paolo II per le Scienze del matrimonio e della famiglia, pongono un problema che è rimasto nascosto: a chi spetta primariamente garantire che le ultime cose insegnate sono in continuità con le antiche? Ai pastori. Ma ne sono coscienti?

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La discussione in margine alle vicende che hanno colpito l’Istituto Giovanni Paolo II per le Scienze del matrimonio e della famiglia e di cui la NBQ ha ampiamente reso conto, pongono anche un problema che è rimasto nascosto. Eccolo: a chi spetta primariamente garantire che le ultime cose insegnate sono in continuità con le antiche? I teologi che interpretano gli ultimi insegnamenti alla luce dei precedenti – per esempio Amoris laetitia alla luce di Familiaris consortio – svolgono null’altro che il loro dovere, anche se oggi devono combattere per poterlo fare. Però il primo dovere in questo campo spetterebbe alla fonte magisteriale e solo in secondo luogo ai teologi e ai fedeli.

Facciamo un esempio terra-terra. Se il mio parroco in una omelia domenicale afferma cose strane, di difficile decifrazione teologica o pastorale, qualche sua esegesi forzata, oppure affronta tematiche pastorali di frontiera e si slancia in proposte avventate e discutibili, certamente il fedele che assiste all’omelia deve leggere le sue parole alla luce di quanto la Chiesa ha sempre insegnato. Se il sacerdote dicesse che le relazioni omosessuali vanno accolte e apprezzate per gli elementi positivi che contengono, il fedele dovrebbe filtrare quelle parole alla luce della morale – naturale e soprannaturale – da sempre insegnata dalla Chiesa. Lasciamo perdere la situazione di fatto, ossia se i semplici fedeli siano in grado di farlo o se, piuttosto, tendano ad assumere le parole di un’omelia come oro colato. La situazione di diritto, ossia come dovrebbero andare le cose, sembra essere così.

Questo dovere/diritto dei fedeli, in virtù del battesimo e del senso della fede del popolo di Dio innestato nel Corpo di Cristo, di leggere le cose nuove alla luce delle cose antiche è quindi sacrosanto. E non si tratta di magistero di serie A (quello antico) e magistero di serie B (quello recente). Si tratta semplicemente di magistero che, se non è in armonia con la tradizione, non è magistero.

L’atteggiamento contrario significherebbe un positivismo cattolico. “Positivo” significa “fattuale”, che si dà di fatto. Il positivismo cattolico consiste nel ritenere magistero un insegnamento solo perché di fatto è pronunciato dall’autorità rispettiva. Nel caso dell’omelia del parroco, il positivismo cattolico vuole che qualunque insegnamento egli diffondesse con le sue parole dovesse essere seguito perché ritenuto magistero. Però, come detto sopra, così non è.

Fatte le debite distinzioni, questo discorso vale anche per tutti i livelli in cui il magistero viene espresso, vale anche per i vescovi e per il papa. Ciò, naturalmente, non significa accostarsi al magistero con occhio pregiudizialmente critico, assumere un atteggiamento di indisponibilità preventiva, non riconoscere i diversi livelli del discorso. Si sa, per esempio, che in un intervento magisteriale ci possono essere rimandi a verità assolute di fede, ma anche osservazioni personali di valore ben meno impegnativo.

Gesù adiratoSempre al magistero ci si deve accostare con “religioso ossequio”, ma questo non vuol dire ad occhi chiusi. Sia la sapienza della fede appresa dalla Chiesa e nella Chiesa, sia l’uso della ragione naturale – anche Gesù Cristo applicava il principio di non contraddizione quando pensava e parlava – non possono essere messe da parte e nessun magistero lo può chiedere.

Stabilito, quindi, questo dovere/diritto di accogliere il magistero cum grano salis, ossia usando la ragione naturale e valutando il nuovo in continuità con la tradizione, ci si chiede però se i primi a doverlo fare non debbano essere proprio i pastori, ossia coloro che in forma eminente godono del munus docendi, del compito di insegnare.

don oliviero fredoTornando al nostro parroco, il primo a doversi preoccupare di non turbare i fedeli con novità eterogenee rispetto alla tradizione, o con assurde provocazioni [ricordate quel prete che disse “al Credo io non ci credo”? No? Allora CLICCA QUI]o con affermazioni decisamente fuori le righe [ad esempio don Fredo che afferma di non credere nella Transustanziazione] dovrebbe essere lui stesso. Certo, i fedeli ascolteranno le sue parole con il grano salis di cui si parlava sopra, ed eventuali loro valutazioni critiche onestamente condotte alla luce della tradizione sarebbero legittime, ma prima ancora dovrebbe essere lui a garantire che quanto dice rappresenta un approfondimento nella continuità.

Ciò vale anche per i “piani alti”. Quando il magistero insegna una cosa nuova dovrebbe sempre farlo in due modi: a) affermandola in modo chiaro e non con giri di parole o allusioni, in modo da permettere a tutti di carpirne l’esatto significato per poterlo valutare alla luce della tradizione; b) spiegando che si tratta di una esplicitazione di quanto sempre ritenuto vero dalla Chiesa nella tradizione apostolica.

L’onere della prova, come si dice in gergo, spetta in primo luogo al magistero e solo in seconda battuta ai teologi o ai fedeli. Se il magistero non lo fa o lo fa in modo impreciso, delega il compito ai teologi e ai fedeli, con il doppio rischio della confusione delle interpretazioni e dell’accusa di voler fare le pulci al magistero: chi ti credi di essere tu che passi al vaglio l’omelia del tuo parroco, del tuo vescovo o addirittura del papa?

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LJC

 

Il problema sono i nemici della Verità, non del Papa (DA APPENDERE NELLE BACHECHE DELLE NOSTRE CHIESE)

C’è un movimento rivoluzionario al vertice della Chiesa che, per consolidare il suo potere, bolla chiunque ponga un’obiezione come “nemico del Papa”. Il caso del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II è emblematico in questo senso, ma non è l’unico.

Il vero conflitto però non è tra chi è pro o contro il Papa, ma tra chi desidera vivere e testimoniare la Verità e chi vuole stabilire una nuova Chiesa fatta da mani d’uomo.

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Ogni rivoluzione per potersi affermare ha bisogno di indicare dei presunti controrivoluzionari da eliminare; così giustifica il pugno di ferro, compatta il popolo attorno ai vincitori e scoraggia chiunque dall’esprimere pubblico dissenso. Fu così con la Rivoluzione francese del 1789 che, con Robespierre, instaurò il Terrore che arrivò a colpire anche gli altri protagonisti della Rivoluzione stessa ed eliminò perfino il vecchio compagno, amato dal popolo, Danton.

Fu così con la Rivoluzione bolscevica del 1917 e poi durante tutto il periodo dell’Unione Sovietica: chiunque deviasse dalla linea imposta dal Partito, anche i vecchi compagni di rivoluzione, veniva accusato di essere un controrivoluzionario e finiva decisamente male. È così ancora nella Cina popolare, dove chiunque mette in discussione la linea del presidente (e gli interessi della “sua” corte) è un reazionario, un borghese, una spia degli imperialisti, e si guadagna un bel viaggio in un luogo misterioso.

Altra caratteristica dei movimenti rivoluzionari è quella di considerare la vittoria della rivoluzione come l’inizio di una nuova era che merita un nuovo calendario: fu così per la Rivoluzione francese (ci si inventò anche nuovi nomi per i mesi), fu così per il fascismo in Italia e fu così anche per la Cambogia di Pol Pot.

catechismo-libroÈ triste dover constatare che questo fenomeno sta ora interessando la Chiesa cattolica. Fino a pochi anni fa potevano essere sanzionati preti e teologi che insegnavano cose contrarie alla fede cattolica o che compivano scelte di vita in chiara contraddizione con l’insegnamento della Chiesa, e questo comunque avveniva attraverso un processo interno in cui si ascoltavano le ragioni dell’«imputato», e lo si invitava a cambiare condotta prima di rassegnarsi alla pubblica sanzione. Non è più così: intorno a papa Francesco si è creato – o lo ha preceduto – un movimento “rivoluzionario” che interpreta l’inizio dell’attuale pontificato come l’alba di un’era nuova: non parla più di Chiesa cattolica ma di Chiesa di Francesco, tratta i documenti del pontefice come la carta fondamentale di una nuova Chiesa, fa giustizia sommaria di quanti, anche semplicemente, richiamano una verità fondamentale della Chiesa cattolica, ovvero la necessaria continuità del magistero di un papa – quindi anche di Francesco – con la Tradizione apostolica.

CQBTslzVEAA5xIQL’ultima vicenda del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II è esemplare da questo punto di vista, e i recenti articoli di Avvenire che abbiamo commentato (clicca qui e qui) sono talmente espliciti in questa prospettiva rivoluzionaria da non potere non essere allarmanti per tutti i vescovi che ancora si considerano parte della Chiesa cattolica. Indicativa è in tal senso la lettera inviata dal vescovo di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca, che il direttore di Avvenire non ha potuto evitare di pubblicare ieri (clicca qui).

Ma non è certo questo l’unico caso. Sempre legato alla pubblicazione di Amoris Laetitia, basta ricordare il trattamento riservato da giornalisti e teologi “guardiani della rivoluzione” ai quattro cardinali che firmarono i Dubia, preoccupati dalla confusione creatasi nella Chiesa per le diverse e, a volte, opposte interpretazioni di Amoris Laetitia. Non si discutono gli argomenti, si lancia l’infamante accusa (per dei cattolici) di essere “contro il Papa” ed è finita. Si diventa dei reietti, si perde qualsiasi titolo di esporre degli argomenti. Si inventano inverosimili complotti per fermare il Papa (il solito espediente della controrivoluzione), si fanno circolare voci infamanti  su questo o quel “nemico” di Francesco, mentre la cricca che gli è intorno e si è guadagnata la fiducia del Papa spadroneggia al centro e in periferia approfittando anche per regolare conti personali. Interessante da questo punto di vista la vicenda che ha costretto alle dimissioni il vescovo di Carpi, monsignor Francesco Cavina (clicca qui).

Greta-Thunberg-Papa-Francesco-1-1030x615Il problema non è legato soltanto ad Amoris Laetitia, per certi versi quanto sta accadendo con l’enciclica Laudato Si’ è anche peggio. Qui addirittura una ipotesi scientifica, molto discussa e discutibile, è stata elevata a dogma e guai a chi la mette in discussione. Ovviamente chi è critico nei confronti della teoria secondo cui l’attività dell’uomo è la principale causa di un presunto inarrestabile riscaldamento globale dalle altrettanto presunte conseguenze catastrofiche, diventa per ciò stesso un nemico del Papa, un controrivoluzionario. Addirittura si è sostenuto che chi critica Greta (la ragazzina svedese diventata simbolo della lotta ai cambiamenti climatici) in realtà voglia colpire Francesco. Ci sarebbe da ridere se non fosse una cosa terribilmente seria.

maradiagaQuella dei presunti nemici del Papa è una sindrome che purtroppo ha colpito lo stesso pontefice che, proprio per questo motivo, è incorso nel clamoroso incidente dei vescovi cileni e ora sta ripetendo lo stesso errore con altri suoi “amici”, a cominciare dal cardinale Maradiaga e dal vescovo argentino Zanchetta. Lo ha detto in diverse interviste, papa Francesco è ormai convinto che le accuse contro i suoi amici hanno in realtà l’obiettivo di colpire lui stesso. Così tralascia di considerare la fondatezza delle accuse, con le inevitabili amare sorprese.

Questa riduzione di ogni dibattito a schieramento pro e contro il Papa è ovviamente funzionale al consolidarsi della Rivoluzione, ed è favorita – come in ogni rivoluzione – dall’ignavia dei tanti che, pur coscienti di quanto sta accadendo, preferiscono annuire o girarsi dall’altra parte piuttosto che candidarsi al patibolo.

CAFFARRA CARDINALE B16«Possibile che a nessuno più interessi la Verità?», si chiedeva sconsolato il cardinale Carlo Caffarra negli ultimi mesi della sua vita pensando soprattutto ai suoi confratelli vescovi e cardinali. Ecco, appunto: il vero conflitto oggi nella Chiesa non è tra chi è a favore e chi è contro il Papa. Per noi cattolici non esiste essere contro il Papa, chiunque esso sia; il punto vero e discriminante è il “permanere nella Verità”, ossia la fedeltà a quanto Cristo ci ha rivelato e la Chiesa ci ha trasmesso fino ad oggi, un problema che riguarda tutti, anche il Papa. Il conflitto è tra chi desidera, pur con tutti i suoi limiti ed errori, permanere in questa Verità, che non è modificabile a piacere dagli uomini, e chi è invece interessato a stabilire una nuova Chiesa fatta da mani d’uomo.

Non per niente i “rivoluzionari” usano anche per la Chiesa categorie tutte politiche, tutte terrene: il Papa è trattato alla stregua di un capo di Stato o, meglio, del capo del partito unico al potere, e quindi in diritto di decidere quel che vuole e come vuole. Non c’è nulla di cattolico in questo approccio; come abbiamo scritto in questi giorni (clicca qui) per sua natura nella Chiesa non ci possono essere svolte o rivoluzioni, ma solo delle evoluzioni nella continuità. Basterebbe paragonare ciò che accade con questo criterio per capire la gravità di quanto sta accadendo al vertice della Chiesa e smascherare i falsi amici del Papa.

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LJC

Questo è il miglior articolo scritto sulla orribile vicenda di Bibbiano

Nel caso dei bambini strappati alle loro famiglie per darle in affido a persone non ideonee, assistenti sociali, psicologi, politici hanno provocato gravi danni, psicologici e fisici. Ma ora che i bambini sono stati liberati è importante che possano guarire in famiglia, dove genitori e bambini devono dirsi la verità su quanto accaduto.

Per l’inchiesta “Angeli e Demoni”, sulla criminale follia di bambini strappati alle loro famiglie e dati in affidamento o adozione a persone certamente non idonee, per usare un termine eufemistico, con la complicità delle istituzioni di Bibbiano, sui giornali si è parlato a torto di elettroshock.

La terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock,è una pratica medica caratterizzata dal passaggio di corrente elettrica attraverso  il cervello, con conseguente induzione di convulsioni nel paziente. Ha attualmente pochissime indicazioni, tra cui la depressione gravissima, ed è da somministrare in anestesia. Ha una pessima fama purtroppo meritata, perché in passato era usata senza anestesia, con indicazioni troppo ampie, spesso inutilmente e a volte per motivi punitivi. Onestamente senza anestesia può essere considerato una tortura. Ed entra anche nella pratiche di “controllo mentale”.

Un enorme numero di elettroshock per paziente insieme alla somministrazione di droghe allucinogene, sonniferi, droghe paralizzanti, e sequestro in cella di isolamento, per mesi furono usati dal dottor Donald Ewen Cameron, allora presidente dell’Associazione Psichiatri Americani, per azzerare completamente la memoria delle persone nell’ambito del progetto della CIA MK sul controllo mentale. Pare che funzioni. La memoria è azzerata. Ci sono stati alcuni piccoli effetti collaterali: persone rese per sempre incontinenti,  disabili, incapaci di riconoscere i loro stessi figli, affetti da amnesia continua e qualche defunto. Cameron sognava un mondo perfetto dominato dalla psichiatria. È morto nel suo letto senza aver mai fatto un giorno di galera, quindi ricordatevi il suo nome quando qualcuno vi dirà che è così perché lo ha detto lo psichiatra o lo psicologo o il cosiddetto esperto di turno, o l’assistente sociale. Sono campi dove la maggioranza delle persone sono perbene, ma dove quella che non lo è può fare disastri. La psichiatria, e ancor più la psicologia, non hanno il controllo dell’anatomia patologica. Non hanno strumenti tecnici  di controllo.

A Bibbiano dichiarano di aver usato la tecnica EMDR, con l’ausilio di una stimolazione elettronica ottenuta tramite gli stimolatori elettronici EMDR prodotti dalla NeuroTek Corporation. L’elettroshock non c’entra nulla. Per fortuna. Ci sono abbastanza crimini anche così.

La tecnica EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è una tecnica psicofisica per la desensibilizzazione dei postumi dei traumi o di esperienze stressanti, basata su una stimolazione bilaterale degli emisferi ottenuta preferenzialmente mediante il movimento orizzontale degli occhi, da cui il nome. Molto raramente è usata l’apparecchiatura neuroTek, in Italia quasi sconosciuta: l’EMDR nasce sfruttando il movimento orizzontale degli occhi simile a quello del sonno REM; dall’inglese Rapid Eye Movement. Testimonio, perché la uso, che, se usata correttamente, l’EMDR può avere risultati spettacolari e velocissimi nella risoluzione del disturbo post traumatico da stress. Durante l’EMDR addirittura si hanno modificazioni dell’elettroencefalogramma, è una cura vera che funziona veramente, come è una cura vera somministrare la digitale ed eseguire un intervento chirurgico, e come ogni cura vera, digitale e intervento chirurgico, se usata male può fare danni.

Deve essere usata in maniera rigorosa. Ha risultati spettacolari e veloci proprio perché causa una modificazione del cervello, l’aumento di sinapsi in alcune zone. Durante la stimolazione bilaterale il terapeuta deve restare rigorosamente in silenzio. È una fase di stimolazione cerebrale. Se durante questa fase il terapeuta parla, suggerisce, inventa, può essere semplicemente fastidioso ma potrebbe creare e instillare false memorie. Una terapia e un interrogatorio devono essere fatte sempre con domande neutre e aperte (Cosa è successo? Come ti sei sentito?), mai con domande che possano suggerire qualcosa (qualcuno ti ha toccato? Quella persona ti ha fatto male?) altrimenti c’è il rischio di creare false memorie. Il cervello compiacente, e quello dei bambini un po’ lo è, non osa contraddire, dire No. In EMDR questo rischio aumenta, come già dimostrato in letteratura Clicca qui).

La tecnica EMDR deve essere appresa in maniera rigorosa e applicata in maniera altrettanto rigorosa. La dottoressa Isabel Fernandez, presidente della Società EMDR afferma che gli psicologi della onlus Hansel e Gretel, non abbiano mai fatto nemmeno il corso base di EMDR, almeno non in Italia, e che non fossero inscritti all’associazione EMDR.  Gli psicologi della onlus Hansel e Gretel sono quelli che si sono occupati dei casi di Bibbiano dopo essere stati implicati nell’atroce caso della Bassa Modenese, dove a causa di false memorie in bambini, famiglie sono state smembrate, innocenti hanno fatto anni di prigione  e ci sono state morti per suicidio e infarto. La storia è ricostruita nel podcast in 7 puntate Veleno, prodotto da Rai 3.

A Bibbiano c’è stata una evidente motivazione ideologica: occorreva dimostrare che la famiglia costituita da due persone dello stesso sesso funziona benissimo, bisognava fare casistica. Tutto questo non è stato sottolineato. Anzi: è stata usata addirittura dal Gip la scusante per gli accusati delle molestie che a loro volta avrebbero subito da bambini. Per inciso, il Gip come lo sa? Ci sono stati processi con condanne definitive, o semplicemente glielo hanno detto gli imputati e questo ha fatto tenerezza? In quale punto del codice penale è indicata questa scusante? Il Gip si è avvalso di un perito o ha fatto da sé? E quanti esami ha dato della facoltà di psicologia? La legge  uguale per tutti? Al primo interrogatorio di qualsiasi imputato gli si chiede se è stato molestato da piccolo? Quelli che non sono laureati in psicologia o in scienze sociali potrebbero non aver capito che è una possibile scusante, e potrebbero non dirlo: questo crea ingiustizie.

Il  fatto che molti degli accusati avrebbero subito a loro volta dei traumi quando erano minori non diminuisce la responsabilità. Pensarlo è un errore che distrugge il concetto di libero arbitrio. Siccome qualcuno è stato perseguitato, deve diventare un persecutore: se questo fosse vero allora dovremmo chiudere in pigione tutti i perseguitati, perché prima o poi faranno danni. Uno dei motivi per cui la depressione è aumentata del 1200% negli ultimi sessant’anni è l’abolizione del libero arbitrio, abolito dalle pseudoscienze: non è colpa mia, è colpa di mamma (Freud); non è colpa mia, è colpa della società (Marx); non è colpa mia, è colpa dei cromosomi (Darwin). Dove esiste la colpa può esistere la redenzione. Dove la colpa non esiste, la malvagità è giustificata e si perpetua.

Quella che i bambini hanno subito a Bibbiano è violenza psicologica, ma anche fisica. Questi bambini sono stati strappati ai loro genitori, e questo è un danno biologico. Il bambino fabbrica cortisolo che gli deprime il sistema immunitario. Questa è scienza, il cortisolo è misurabile. È stata loro creata l’idea che i loro genitori li abbiano danneggiati, che li abbiano abbandonati in mano ai servizi sociali, sottraendo i regali e le missive: un crimine. Ho fatto Pronto soccorso per decenni. Ho dovuto suturare bambini, fare manovre per loro dolorose e spaventose: poi c’era l’abbraccio con papà o mamma e tutto scompariva. Chi ha consolato questi bimbi resi orfani quando sono finiti in Pronto Soccorso?

Ci sono stati casi di ragazzi che hanno vissuto affidi deleteri, genitori incolpevoli cui sono stati sottratti i figli, ma ci sono anche stati moltissimi casi di violenza vera e tragica subita in famiglia, e riparata in case famiglie dove persone amorevoli riescono a ricostruire un sorriso. Ci sono psicologi bravi che con varie tecniche, tra cui l’EMDR, sono riusciti a rendere meno urgente il dolore dell’abuso subito, ci sono assistenti sociali molto brave che ricostruiscono famiglie disastrate, o toglono vittime vere dalle mani di carnefici veri. Bibbiano ha danneggiato anche loro. E molto.

Adesso che i bambini sono stati liberati possono sicuramente riprendersi, i tempi di recupero variano: ognuno è un caso a sé, ma l’unica maniera di uscirne è la verità. Questi ragazzi vanno restituiti immediatamente alle loro famiglie e bisogna dire la verità, l’unica possibile via di uscita. Il bambino e il genitore si racconteranno la verità, ognuno racconta della sua storia. C’è il genitore che in qualche maniera ha favorito quello che è successo, per esempio litigando con l’altro coniuge, in questa maniera permettendo l’arrivo dei servizi sociali sulla propria famiglia: lo dirà per chiedere perdono. E sarebbe meglio ricordarci che noi esseri umani esistevamo da prima dello psicologo, questo recupero può essere fatto semplicemente nella verità senza portare il bambino dallo psicologo, senza che sia confrontato di nuovo con un estraneo.

La norma dell’essere umano è la guarigione. Ma certo che hanno la possibilità di guarire. Stando con i loro genitori e vivendo nella verità.

fonte qui 

Avvenire e i gay, la dottrina recente meglio della vecchia (di Tommaso Scandroglio)

catechismo-libroUn ottimo compendio per comprendere come alcuni, in casa cattolica, vogliano sdoganare l’omosessualità è dato dall’articolo, a firma di Luciano Moia pubblicato martedì scorso su Avvenire, dal titolo “Omosessualità e pedofilia. Spunti per capire”. In questo pezzo, scritto alla vigilia del Summit vaticano dedicato agli abusi su minori, viene condensata buona parte della strategia per far digerire l’omosessualità al cattolico della Domenica.
In primo luogo è bene essere obliqui nella prosa: mai affermare che l’omosessualità è condizione buona, mai scrivere esplicitamente che gli atti omosessuali esprimono vero amore. L’incedere deve essere sfumato, nebbioso, ambiguo, implicito, mai assertivo, altrimenti anche il lettore più distratto ti coglie subito in fallo.

Per farlo basta semplicemente ricorrere alla forma dubitativa, perché la nuova Chiesa, secondo alcuni, non insegna la verità ma il dubbio, non dà risposte, ma pone solo domande. E così si passa dal “dubbio secondo cui si considera omosessualità e pedofilia comportamenti devianti frutto della stessa radice” al “rapporto irrisolto tra norma, coscienza e discernimento”, passando dal dovere “di interrogarsi e di interrogare” e infine approdare ad una gragnola di domande: “Fino a che punto spingere l’accoglienza? Accogliere non comporta il rischio di approvare anche implicitamente uno stile di vita? Quando si parla di dovere della castità cosa si intende? Rispetto, fedeltà e impegno di aiuto reciproco nella relazione o astinenza assoluta? […] Cosa intendiamo quando parliamo di omosessualità?”. La sintesi è questa: “Le domande potrebbero continuare a lungo ma le risposte al momento non ci sono, comunque non sono agevoli”.

E dunque occorre studiare, approfondire, discernere, investigare, analizzare, soppesare, valutare sempre con prudenza. Tutte cose giuste, si badi bene, ma nella Chiesa cattolica da una parte vi sono alcune questioni che sono ancora avvolte dal mistero, ma non è questo il caso dell’omosessualità, e su altro fronte esistono alcune verità di fede e di morale ormai acquisite una volta per tutte, verità che possono e devono essere approfondite per capirle meglio – dato che la verità ha una profondità infinita – non per confutarle. L’approfondimento serve per aggiungere verità a verità, non per trasformare la verità in errore. Forse che se ci interroghiamo e investighiamo a lungo un giorno potremmo scoprire che l’aborto e la pedofilia sono atti buoni?

Quindi la strategia è chiara e procede per gradi: non negare esplicitamente che l’omosessualità è condizione intrinsecamente disordinata e le condotte omosessuali atti moralmente riprovevoli, ma porre il dubbio e dunque essere possibilisti sulla bontà dell’omosessualità. Esaurita questa fase, domani si potrà tranquillamente affermare che l’omosessualità è certamente cosa buona.

Dunque ad Avvenire ci si domanda se l’omosessualità sia una condizione moralmente accettabile oppure no (tenendo però a sottolineare che tra omosessualità, pedofilia ed efebofilia ci sono “enormi ed esplicite divergenze”). Eppure la dottrina è limpida e tutte le domande prima indicate hanno già ottenuto risposta esaustiva da tempo. Nel mazzo peschiamo a caso la carta del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati. […] Le persone omosessuali sono chiamate alla castità.” (2357, 2359). Più chiari di così si muore. Curioso che in un pezzo che si intitola “Spunti per capire” non si citi la fonte cattolica più autorevole.

Perché Moia non lo fa? La risposta rimanda alla seconda tattica gay friendly: la dottrina muta. Infatti l’autore dell’articolo appunta: “«La dottrina parla chiaro», direbbero coloro che usano le norme come pietre da scagliare nella vita delle persone. Già, ma quale norma? In Amoris laetitia – che rimane il più recente documento magisteriale sul tema – dopo aver ricordato l’esigenza della vicinanza pastorale alle persone omosessuali da parte della Chiesa, Francesco non aggiunge alcuna condanna etica, non ricorda il passaggio del Catechismo a proposito del «disordine morale oggettivo», come avevano fatto i precedenti documenti del magistero”. Dunque la dottrina è come le versioni del pacchetto Office: la più recente è migliore delle precedenti e le sostituisce. Per Moia il Catechismo quando parla di omosessualità è anticaglia perché Papa Francesco non ha condannato esplicitamente l’omosessualità. E allora perché il Papa ha approvato la Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis del 2016 in cui si nega l’accesso ai seminari alle persone con tendenze omosessuali e perché nel libro intervista del 2018 La forza della vocazione il Pontefice ha ribadito la validità di tale divieto?

articolo di Tommaso Scandroglio 21 feb 19Terzo trucchetto: scovare nel male il bene. Moia a questo proposito parla “di coppia stabile, fedele, reciprocamente oblativa, [che] è omosessuale”. Dunque se come dice l’ormai superato Catechismo l’omosessualità è una condizione intrinsecamente disordinata, va da sé che tutti gli atti, non solo sessuali, che promanano da tale condizione sono anch’essi disordinati. E dunque anche la relazione di coppia è ovviamente censurabile dal punto di vista morale, perché è essa stessa una relazione disordinata. La fedeltà nel disordine non è da benedire, ma da censurare perché consolida una realtà contraria a natura. Inoltre l’oblatività, inteso come dono reciproco, non è predicabile nelle relazioni omosessuali perché l’affetto omosessuale è anch’esso disordinato e quindi non c’è vero dono. Però se la dottrina cattolica sull’omosessualità, ormai ammuffita, è da smaltire in qualche isola ecologica e teologica, va da sé che queste riflessioni siano parimenti spazzatura.

Infine c’è una quarta strategia, la più gettonata: accoglienza misericordiosa verso le persone omosessuali. E qui il pezzo di Moia ricorda le varie iniziative pastorali a riguardo. L’accoglienza ovviamente è cosa giusta e doverosa, ma, come si domanda Moia, “accogliere non comporta il rischio di approvare anche implicitamente uno stile di vita?”. Non nascondiamoci dietro un dito: con il pretesto dell’accoglienza si vogliono spalancare le porte delle chiese all’omosessualità. E poi in realtà, spesso, è un’accoglienza non limpida nelle motivazioni.

La pastorale gay friendly oggi di moda abbraccia la persona omosessuale solo per motivi di ingiusta discriminazione (o forse anche per scusarsi di quello che dice il Catechismo?), non perché consci che questa persona è prigioniera di una condizione che la rende infelice. L’abbraccio serve per nasconderlo dagli sguardi malevoli degli altri, non per liberarlo dai lacci dell’omosessualità.

Tommaso Scandroglio

«L’intera industria dell’aborto è basata su una menzogna. Sono stata persuasa a mentire da legali femministe, a dire che ero stata stuprata e che avevo bisogno di un aborto, ma era tutta una bugia»

bo berg

La più grande italiana nella lotta a favore dell’aborto, Emma Bonino, accolta in Vaticano

Pubblicare un articolo presentandolo come un lavoro di fact-checking (verifica dei fatti) e dire già nel titolo che molti altri articoli di colleghi – specificamente di giornali di area cattolica e pro vita – sono una «bufala», deve essere una roba parecchio impegnativa.

Il problema è che se questa verifica dei fatti riguardante un Pdf di sei pagine omette di citare dei passaggi essenziali della legge approvata il 22 gennaio nello Stato di New York, il cosiddetto Reproductive Health Act (RHA) che come abbiamo già scritto su questo quotidiano consente di abortire fino al nono mese di gravidanza praticamente per qualsiasi ragione, il tutto si tramuta in una menzogna.

mentana-open-2-e1545121243427-1021x750-large-largeNello specifico parliamo di un articolo diffuso da Open, il giornale online fondato di recente da Enrico Mentana, e così intitolato: «La bufala dello Stato di New York che permette di abortire fino all’ultimo giorno di gravidanza».

Occhiello: fact-checking, appunto, e in alto un post di Giorgia Meloni, anche lei “colpevole” secondo Open di aver dato una «bufala». Dopo aver presentato la vicenda, l’autrice dell’articolo Charlotte Matteini (sul suo profilo Twitter si presenta come debunker nonché «liberale, libertaria, garantista», ma le chiediamo da dove viene la sua libertà se non innanzitutto dall’avere avuto il dono di essere concepita e venire alla luce) scrive: «In realtà, la legge approvata pochi giorni fa non consente affatto a qualunque donna di abortire fino all’ultimo giorno di gravidanza per qualsiasi motivo, ma estende oltre il precedente limite – posto a 24 settimane di gravidanza – la possibilità di poter ricorrere ad aborto terapeutico in caso di gravi rischi per la vita della donna o in caso di assenza di vitalità fetale».

bonino

Ora, posto che già questi contenuti della legge sono gravi in sé e per sé, poiché l’aborto procurato direttamente costituisce sempre un atto malvagio in quanto comporta la soppressione di una vita umana innocente (ciò vale dall’istante del concepimento), l’articolo di Open dimentica una parola fondamentale presente nel testo di legge: health. Salute.

L’ABORTO “SPACCIATO” COME CURA O TERAPIA!

L’RHA dice proprio che l’aborto può essere praticato pure dopo le 24 settimane se – nell’opinione dell’operatore sanitario con licenza, che a causa di questa legge estrema potrà anche non essere un medico – there is an absence of fetal viability, or the abortion is necessary to protect the patient’s life or health [grassetto nostro, ndr]. Quindi, aborto legale non solo se un operatore sanitario ritiene che il bambino non possa vivere autonomamente fuori dal grembo (fatto che può avvenire, per esperienza medica, già intorno alla 21^ settimana), non solo per motivazioni legate alla vita della paziente ma anche alla «salute», parola magicamente omessa da Open.

LA SCORRETTEZZA DELL’OMS NELL’USO DI UNA  TERMINOLOGIA AMBIGUA

Commentando questo passaggio avevamo già ricordato che nel termine health vengono oggi fatte rientrare le più svariate motivazioni psicologiche. A questo salto semantico, aggiungiamo per completezza, ha contribuito la definizione di «salute» approvata dall’Organizzazione mondiale della Sanità nel 1946 ed entrata in vigore nel 1948: «La salute è uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale e non meramente l’assenza di malattia o infermità». Questa definizione vastissima di “salute”, che negli anni più caldi della propaganda abortista ha influito tra l’altro sulle decisioni di molti giudici dei Paesi occidentali (dagli Stati Uniti all’Italia), contempla quindi non solo elementi fisici ma anche psicologici e perfino economici: per l’appunto, adducendo motivazioni riguardanti la “salute”, per effetto di questa legge sarà possibile abortire legalmente fino all’ultimo giorno di gravidanza.

ABORTO “DIRITTO FONDAMENTALE” 

Quindi a raccontare bufale non è chi fa presente quest’amara verità ma chi, come il giornale fondato da Mentana (che ha rilanciato l’articolo sulla sua pagina Facebook), la nega. E se ancora ci fosse bisogno di prove è pure scritto nero su bianco, all’inizio dello stesso RHA, che scegliere di avere un aborto è «un diritto fondamentale» (scelta messa incredibilmente sullo stesso piano del dare la vita) di chi è incinta e che lo Stato non può «negare o interferire» con l’esercizio di questo diritto.

È evidente che una previsione normativa di questo genere, che ridefinisce diabolicamente i termini «persona» e «omicidio» e come immediata conseguenza elimina pure una precedente norma che dava al medico legale l’autorità di investigare su un sospetto aborto di natura criminale (chiaro: negando che il nascituro è «persona» crolla tutto, compreso il pregresso impianto sanzionatorio), non solo consentirà di sopprimere i bambini nel grembo a qualunque stadio e per qualunque motivo ma porrà serissime limitazioni alla libertà di coscienza (se non addirittura la stessa negazione: ricordiamo che l’aborto è nella fattispecie definito «diritto fondamentale», e a un diritto corrisponde un dovere) di medici e ostetriche.

LA STORIA DELLA ROE CONTRO WADE E NORMA MCCORVEY

Anche la storia della Roe contro Wade, la sentenza della Corte suprema americana del 1973 che ha imposto l’aborto legale in tutti e 50 gli Stati federati (fino allora liberi di disciplinare la materia, tant’è che nella gran parte di essi l’aborto era vietato), è raccontata in modo parziale, ossia secondo la versione propagandata da Linda Coffee e Sarah Weddington, due legali che sul finire degli anni Sessanta iniziarono ad andare in cerca di casi “pietosi” per scardinare il divieto vigente in Texas sull’aborto. Vero che Norma McCorvey (1947-2017), la “Jane Roe” della sentenza, fu costretta a mentire ma dall’articolo di Open non si capisce da chi: furono proprio la Coffee e la Weddington a usare la giovane Norma, che veniva da una situazione familiare e personale disastrata, per i propri scopi.

Come disse anni più tardi la stessa Norma, nel frattempo convertitasi al cristianesimo e alla causa pro life, tanto da attraversare gli Stati Uniti in lungo e in largo e scrivere libri per raccontare la sua storia e sensibilizzare sulla protezione del nascituro: «L’intera industria dell’aborto è basata su una menzogna. Sono stata persuasa a mentire da legali femministe, a dire che ero stata stuprata e che avevo bisogno di un aborto, ma era tutta una bugia».

LA NUOVA BUSSOLA - LOGO

 

Se i Pastori usano un linguaggio volutamente impreciso

A che serve far finta di niente? A che giova, a chi giova? Tanto i nodi vengono al pettine. Ed è con questa breve premessa che mi permetto di consigliarvi la lettura dell’articolo di Stefano Fontana che appare stamane, venerdì 4 Gennaio ’19, sul giornale “La Nuova Bussola Quotidiana”. Vi prego: leggetelo. (CLICCA QUI)

Noi abbiamo la serenità e la pace che il Risorto ci dona e pertanto ci sentiamo “come bimbi svezzati in braccio alla mamma” e tuttavia è bene che sappiamo cosa sta avvenendo.
Ed è per questo motivo che riportiamo integralmente l’articolo prima citato:

Y1Nel giro di pochi giorni papa Francesco ha fatto tre affermazioni dal contenuto molto problematico. Dapprima ha detto che Maria non è nata santa ma lo è diventata perché santi non si nasce ma si diventa. Poi ha detto che il cristianesimo è rivoluzionario. Quindi ha affermato che è meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male: “C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio, e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come se fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza”.

La prima affermazione chiama in causa la corretta interpretazione del dogma dell’immacolata concezione. La seconda si oppone agli insegnamenti di moltissimi pontefici che hanno insegnato l’incompatibilità tra il concetto di rivoluzione e la fede cristiana. La terza è un intrico di gravi questioni teologiche e pastorali che richiedono di essere decrittate tramite un fine lavoro di esegesi che però nessun fedele è in grado di fare. Da qui il “conflitto delle interpretazioni” e lo smarrimento di tanti che si attendono invece dal papa poche e chiare parole. A far confusione, dicono, ci pensiamo già noi.
La terza affermazione sugli atei e gli incoerenti frequentatori della messa è tra l’altro in contraddizione con altri insegnamenti dello stesso Francesco. E’ nota la discussa affermazione della Evangelii gaudium ripresa nella famosa nota 351 di Amoris laetitia secondo cui “l’Eucarestia non è un premio per i perfetti ma un aiuto per i deboli”. Ammesso che sia così, non si capisce perché sia meglio essere atei che andare in chiesa pur essendo cristiani incoerenti. La coerenza qui viene richiesta in modo assoluto, mentre in nome di una superiore misericordia ai divorziati risposati non si chiede più la coerenza di vivere come fratello e sorella secondo le indicazioni di Familiaris consortio 84.
In ogni caso, anche se esaminata in se stessa, la frase presenta delle oscurità teologiche. L’ateismo, quando è colpevole, un tempo era considerato un peccato. Oggi, di fatto, non è più così, perché si pensa che Dio si riveli in tutti gli uomini e quindi anche negli atei. E’ per questo che si concedono le chiese alle cattedre dei non credenti e si permette loro di insegnare (in chiesa) che Dio non esiste. L’ateismo è la situazione dell’uomo che consapevolmente rifiuta Dio. Come è possibile che tale situazione di vita sia preferibile a chi va in chiesa pur non riuscendo poi ad essere cristiano fino in fondo nella vita pratica? In questo modo la coerenza diventa il criterio di valutazione al posto del contenuto di verità. Un ateo coerente sarebbe preferibile ad un cristiano incoerente. Può essere corretto criticare l’ipocrisia, anche se oggi (siamo seri …) quanti vanno in chiesa tutti i giorni “per essere ammirati dagli uomini”?, ma è problematico indicare la coerenza dell’ateo come alternativa.
La frequenza con cui papa Francesco pronuncia frasi problematiche come queste conferma un significativo cambiamento del linguaggio pontificio su cui da tempo si concentrano studiosi e osservatori.

L’esempio massimo di questo nuovo codice comunicativo è stata Amoris laetitia. Si tratta di un linguaggio volutamente impreciso, allusivo, evocativo, sfumato, volatile ed ondeggiante. Un linguaggio che propone domande senza risposta, contrapposizioni dialettiche senza sintesi, polarità senza combinazione e spesso usa frasi del tipo “sì…ma” dove il “ma” introduce non solo attenuanti ma eccezioni.

E’ un linguaggio per immagini dalla problematica interpretazione teologica più che per concetti: la dottrina come pietre scagliate, la tradizione che non è un museo, il peccato chiamato fragilità, il confessionale che non deve essere sala di tortura … E’ un linguaggio che non chiude ma apre, non precisa ma pone domande, non conferma ma fa nascere dubbi. Un linguaggio “in tensione”, storico, biografico, esistenziale, dinamico, che procede per contrapposizioni e contraddizioni e che inquieta.

La questione principale davanti a questi evidenti cambiamenti su cui, come ripeto, sono stati già scritti libri e libri, è se dietro questo mutamento di linguaggio ci sia anche un mutamento nella concezione del papato stesso. Il linguaggio non è mai solo linguaggio. Quando si usano parole nuove per indicare le cose di prima vuol dire che è nata una nuova dottrina che le vede in modo diverso.

Specularmente, se si vuole far nascere un nuovo modo di pensare bisogna parlare in modo diverso. In questo senso il linguaggio di papa Francesco è l’estremizzazione coerente del passaggio iniziato col Vaticano II dalla dottrina alla pastorale, dalla natura alla storia, dalla metafisica all’ermeneutica. E ciò non poteva non finire per riguardare anche il ruolo del papa nella Chiesa.