Il primo “miracolo” di Jaddico: la conversione del veggente Teodoro D’Amici

La virtù piu grande è la umiltà. Ed il nascondimento, la piccolezza, il silenzio ne sono tratti esteriori ma che nascono da una profonda vita interiore, spirituale. Così molti santi, così Teodoro D’Amici. Costui, 50enne vigile urbano, padre di tre figli non possedeva molte di queste caratteristiche. Ma arriverà ad averle, in pienezza: alla fine di un lungo percorso, trentennale.
La Grazia irrompe nella sua vita ed egli corrisponde ad Essa: Teodoro D’Amici pronuncia il suo “si” e resterà fedele a tale promessa. Lavorando su di lui, smussando le asprezze del carattere, modificando certi tratti del suo temperamento: ma il tutto con umile docilità all’azione dello Spirito Santo che lo trasformava e lo rendeva un uomo nuovo.
Ecco, il “primo miracolo” di Jaddico è la conversione del veggente Teodoro: conversione vera, autentica, senza tentennamenti, senza fanatismi.
La Vergine Immacolata si presenta nella sua vita con delicatezza tutta materna e con decisione: è la notte tra l’11 ed 12 agosto 1962. Si è prossimi alla festa dell’Assunta: Teodoro e la sua consorte dormono, non pensano certo alla grande Solennità oramai vicina. Non sono praticanti, forse neppure credenti (qualcuno sostiene essere il D’Amici di simpatie comuniste) : dei battezzati come tanti.

JADDICO AFFRESCO immagine
La Madonna, in sogno, lo invita a raggiungere un luogo, fuori città, in contrada Jaddico, dove c’è un muro sbocconcellato e fatiscente, residuo di un’antica chiesa. Su di esso è visibilissimo uno sbiadito affresco della Madonna, che stringe al seno il bambino Gesù, bello nella sua fattura, ma mal ridotto.
La voce, che il vigile capisce essere quella della Madonna, gli dice: “Portami ceri e fiori!”, e lui: “A che ora?”, ed in risposta: “A mezzanotte”.
Teodoro è un poco turbato ma, in cuor suo, ha già pronunciato il suo “fiat” alla Vergine. La quale, con premura materna, gli rammenta la promessa e l’impegno preso: solita modalità discreta e garbata e biblica ossia in sogno.
Ed ecco Teodoro, la sera della Vigilia dell’Assunta -14 agosto 1962, è un martedì- obbedisce: poco prima della mezzanotte si reca in macchina, prudentemente accompagnato da un amico, a Jaddico. Parcheggia sul ciglio della vecchia superstrada e, da solo, si inoltra in quella piccola grande “foresta”, resa ancor più impervia e popolata di bestie ed insetti dal vicino paludoso canale Giancola. Compie il suo dovere (accende il cero, dona i fiori alla Vergine).

JADDICO muro diroccato bn
Il resto è storia che piu o meno tutti i devoti del Santuario di Jaddico conoscono e che è impossibile riportare qui per intero. Le poche -molto poche- e scarne pubblicazioni a questo punto indugiano su aspetti secondari quali i sospetti della moglie, ingelositasi per i fiori portati ad altra donna ed altre inutili facezie.
Ma le grandezze vere la Vergine le compie nel cuore di Teodoro che diventa un altro uomo, noncurante degli “sberleffi” che pure col tempo arriveranno. Il soprannaturale -soprannaturale Celeste- irromperà a Jaddico: piu volte e con numerosi testimoni. La nota illuminazione del Muro è vista -piu volte, tra quell’agosto ed il maggio dell’anno successivo- da decina e decina di persone e nessuno ha mai dubitato di essa.

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TEODORO D’AMICI – 12 Ottobre 1913 – 15 Luglio 1993

In parallelo alla “trasformazione” di Teodoro – che è bene chiamare col suo nome più correto ossia conversione– la Vergine chiama anche altre persone che diventano i primi e piu fidati collaboratori di Teodoro. Su questi valorosi uomini -si pensi a Alberto Del Sordo ma soprattutto a Cosimo Melacca: uomo di fede cristallina e devotissimo alla Vergine- andrebbero fatti dei doverosi approfondimenti per far conoscere le loro virtù.

jaddico prima pietra

PRIMA PIETRA – In questa bella foto Teodoro D’Amici, in divisa, il giorno della posa della prima pietra per la costruzione del Santuario. Si intravede, ultimo a sinistra, Cosimo Melacca

Il triennio 62-65 è quello “decisivo”: la “chiamata” della Madonna ed il “si” di Teodoro, gli eventi prodigiosi, la costruzione del Santuario che, sia pure con numerosissime modifiche e notevoli abbellimenti opera soprattutto dei Padri Carmelitani Scalzi e, in particolare, di padre Innocenzo Parente e padre Enzo Caiffa attuale Rettore, è la stessa chiesa che ancor’oggi, agosto 2017, è meta incessante di pellegrini: notte e giorno. Si, perchè la Chiesa-Santuario di Jaddico, intitolata a Maria Madre della Chiesa, è aperta sempre, ininterrottamente.
Faremmo un torto alla Madonna (non tanto a Teodoro così umile ed amante del nascondimento) se non dicessimo che la sera di venerdì 7 settembre 1962 la Vergine vollè mostrarsi visibilmente: Teodoro D’Amici ebbe così il privilegio e la Grazia di contemplare direttamente Lei, la Madre di Dio, la Tutta Bella. La Piena di Grazia, mentre Teodoro era in preghiera davanti al Muro con decine di altri fedeli, richiamò il veggente dietro e lì Teodoro accorse e vide Lei: impossibile descrivere la bellezza incomparabile.

TELA
Certo, la ispirata tela realizzata dal già citato padre Caiffa e posta proprio lì dove la mariofania ebbe il suo centro, rende l’idea: Teodoro è prono, devotamente rivolto a Colei che gli ha cambiato la vita, convertendolo a Cristo.
Nel 1986 a Jaddico giungeranno, provvidenzialmente chiamati dal Vescovo di Brindisi mons. Settimio Todisco, i padri Carmelitani Scalzi che tuttora reggono il Santuario con amore e dedizione.
Il 15 luglio del 1993 -è un giovedì ma è soprattutto la Vigilia della Festa della Madonna del Monte Carmelo- Teodoro D’Amici muore. Il bene che ha fatto è tanto, le meraviglie operate dalla Vergine Maria presso quel Santuario sono incalcolabili: è un luogo benedetto da Dio e questo lo sentono subito i tanti pellegrini.

teodoro busto
Teodoro forse non avrebbe voluto questo scritto ma era doveroso farlo: è vero che Dio ha i suoi tempi (che, molto spesso, non sono i nostri) ma bisogna pur cominciare a riflettere sulla vita di Teodoro D’Amici, su come è cambiato, sulle virtù che ha coltivato ed in che modo egli ha vissuto: in particolare quelle teologali, fede, speranza e carità. E tributare il giusto riconoscimento a questo uomo. Per ora egli “ci guarda” mentre ci rechiamo nel “suo” santuario: un busto posto fuori dalla chiesa (foto in alto)  lo omaggia. Ripeto: a lui va bene così. Fosse per lui ci direbbe: “non pensate a me: rivolgetevi a Dio attraverso la Vergine Santa, sapeste quanto è bella e quanto è buona! Se sapeste quanto ci ama piangereste di gioia”

cosimo de matteis

PER ALTRE INFORMAZIONI SULLA VITA DI TEODORO D’AMICI, PER SEGNALAZIONI DI GRAZIE RICEVUTE, PER RICHIEDERE PREGHIERE RIVOLGERSI AL SANTUARIO “MARIA MADRE DELLA CHIESA” – CONTRADA JADDICO – 72100 BRINDISI. 

SI CONSIGLIA DI VISITARE IL SITO INTERNET DEL SANTUARIO: JADDICO Home page

WWW.JADDICO.IT 

I 50 ANNI DI SACERDOZIO DI DON ROCCO IVONE

La scorsa Domenica, 30 Luglio 2017, il Sacerdote don Rocco Ivone, presbitero di San Michele Salentino appartenente alla Diocesi di Brindisi-Ostuni, ha festeggiato le sue “nozze d’oro”: il 50° Anniversario della sua Ordinazione Sacerdotale avenuta, apppunto, nel 1967. (per un breve profilo di don Rocco CLICCA QUI)

50 DON ROCCO
Erano in tanti nella bella Chiesa del Cristo dei Domenicani, nel Centro Storico di Brindisi, a presenziare alla Santa Messa presieduta da Sua Eccellenza Mons. Domenico Caliandro.
Erano le dieci, di una Domenica mattina di Luglio, assolata ed afosa. Ma la chiesa non era vuota, anzi!
Con don Rocco ringraziamo il Signore per il suo Giubileo sacerdotale e gli diciamo, sinceramente, ad multos annos!

cosimo de matteis

Quando nella Chiesa l’eresia dilaga ogni cattolico ha il dovere della resistenza

Quando nella Chiesa l’eresia dilaga ogni cattolico ha il dovere della resistenza

LIVI

In questa lettera, inviata a Riccardo Cascioli direttore de La Nuova Bussola Quotidiana e Il Timone, il teologo Mons. Antonio Livi espone magistralmente la crisi che la Chiesa Cattolica sta vivendo. Ed indica validi passi da compiere: veri e propri “doveri” di ogni battezzato.

di Mons. Antonio Livi

Caro direttore,

negli ultimi tempi tu hai avuto spesso occasione di polemizzare garbatamente con Avvenire, rilevando come sia diventato l’organo di quella che io definisco «l’eresia al potere». Io non posso che condividere la tua coraggiosa e disinteressata battaglia giornalistica, anche perché, come ben sai e a suo tempo hai riferito sul tuo giornale (clicca qui), già nel 2012 Avvenire, a firma del suo direttore Marco Tarquinio, mi “scomunicò” letteralmente per aver io osato criticare i discorsi eterodossi di Enzo Bianchi, regolarmente ospitati dal quotidiano ufficialmente cattolico tanto quanto dal quotidiano di orientamento massonico La Stampa.
A quel tempo Avvenire si presentava come «quotidiano di ispirazione cattolica, per amare chi non crede», il che poteva anche essere vero, ma bisognava aggiungere «per odiare chi invece crede».

MONS ANTONIO LIVI
In realtà, per compiacere l’eresia rahneriana che già nel 2012 era al potere nell’episcopato mondiale e tra i cardinali di Curia (e ancora papa Francesco non era succeduto a papa Benedetto e monsignor Galantino non era ancora il segretario generale della Cei), il quotidiano ufficialmente cattolico sosteneva soltanto gli autori che sapessero argomentare più o meno brillantemente contro il dogma e la morale della Chiesa Cattolica e a favore della Riforma luterana, ignorando o condannando tutti coloro che tentassero di argomentare contro l’eresia e a favore dell’ortodossia, e non in nome della Chiesa pre-conciliare ma in nome della Tradizione aggiornata al Vaticano II, quale è esposta nel Catechismo della Chiesa Cattolica.
Ma il caso di Avvenire, per quanto scandaloso, non è che la conseguenza di quella che il cardinale Ratzinger, al momento di diventare papa Benedetto, deprecò come «dittatura del relativismo». Si tratta di una dittatura ideologica che si serve della «svolta antropologica» di Karl Rahner per svuotare di senso la fede che la Chiesa ha professato per venti secoli e ha formalizzato nei dogmi (vedi il mio trattato su Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca filosofia religiosa, terza edizione con aggiornamenti, Leonardo da Vinci, Roma 2017).

MATER ECCLESIAE

Viene svuotata di senso innanzitutto la nozione di Rivelazione dei misteri soprannaturali; poi viene sostanzialmente negato il dogma iniziale, quello della divinità di Cristo, rivelatore del volto del Padre e dell’azione dello Spirito Santo; di conseguenza, si rinnega l’intenzione salvifica di Cristo, il quale ha istituito la sua Chiesa perché «annunci il Vangelo a ogni creatura e faccia suoi discepoli tutti gli uomini».

La falsa teologia ha finito per presentare la Chiesa cattolica come una delle tante comunità religiose i cui meriti, agli occhi degli uomini del nostro tempo, sarebbero solo quelli “politici”, ossia la promozione dei diritti dell’uomo e della pace tra i popoli. Questa ideologia sta facendo scomparire dalla coscienza dei cattolici la verità (tradizionale, ma anche recentemente ribadita dal documento vaticano Dominus Iesus) circa l’unicità della Chiesa nel portare al mondo la salvezza che solo Cristo può donare.

Oramai, ben pochi cattolici sanno che cosa dicono quando nella liturgia domenicale viene proclamata dicendo: «Credo […] la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». La fede nella missione divina della Chiesa fondata da Cristo viene meno quando si riesce a convincere i cristiani che nulla di quanto finora era ritenuto dogma e legge morale ha più valore, e che la Chiesa Cattolica deve “riformarsi” radicalmente, fino a scomparire per fondersi in una comunità etica universale, come vagheggia Hans Küng, che di Rahner è il più noto allievo. La “soluzione finale” alla quale puntano gli strateghi del relativismo dogmatico è il pensiero unico dell’umanesimo ateo (vedi il materiale documentario raccolto da Danilo Quinto in Disorientamento pastorale, con una mia Introduzione teologica, Leonardo da Vinci, Roma 2016).

Ma allora, che fare? Quello che si deve fare mi sembra evidente: alla prepotenza di chi, avendo un potere ecclesiastico di indottrinamento, ne abusa per snaturare i fini apostolici per i quali Cristo ha istituito la Chiesa, deve contrapporsi una sorta di resistenza attiva da parte di chi il potere non lo ha ma ha la coscienza del proprio dovere davanti a Dio.

PADRE LIVIO E BENEDETTO XVI

In una intervista del 2013 Padre Livio affermò : “per la Chiesa è il tempo della grande apostasia”

Ognuno, secondo la propria condizione nella Chiesa, deve fare la sua parte, spinto dal dovere assoluto di professare personalmente la verità rivelata (virtù della fede) e di farla arrivare integra agli altri, sia nel dialogo diretto con quante più persone possibile, sia con l’uso dei mass media, ri-orientando così un’opinione pubblica cattolica ormai disorientata (virtù della carità).

Tutto ciò va fatto, in ogni caso, nel rispetto delle singole persone che esercitano nella Chiesa una legittima autorità di magistero e di governo (questo richiede la virtù dell’obbedienza) e rispettando anche i limiti delle proprie conoscenze della storia della Chiesa delle diverse situazioni pastorali in tutto il mondo (questo richiede la virtù dell’umiltà) e soprattutto valutando il giusto rapporto tra i fini che ci si propone di raggiungere e i mezzi che tal fine si adoperano (questo richiede la virtù della prudenza).

Quando dico che ognuno, tenendo conto della propria condizione nella Chiesa, deve fare la sua parte, penso innanzitutto a quanto dovevano fare e in alcuni casi hanno fatto i vescovi cattolici, a cominciare da quelli appartenenti al collegio cardinalizio. Sono stati di grande esempio il cardinale Carlo Caffarra e gli altri tre cardinali (uno dei quali è poi morto) che presero l’iniziativa di esporre al Papa i cinque “dubia” riguardo alla dottrina contenuta nell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco  (clicca qui). L’iniziativa sembra essere stata del tutto inutile, ma a prescindere dal suo esito pratico (che forse si rivelerà effettivo nel lungo periodo), essa ha fornito ai cattolici la conferma che taluni orientamenti dottrinali di quel documento pontificio sono passibili di interpretazione eterodossa e quindi vanno prima o poi rettificati dalla medesima autorità magisteriale che li ha prodotti.


Molti altri vescovi hanno preso iniziative analoghe, anche se meno pubbliche o meno notorie. Penso ad esempio agli interventi pubblici di monsignor Athanasius Schneider, vescovo di Astana in Kazakistan, come anche alle numerose lettere di allarme di fronte alla deriva relativistica della pastorale che monsignor Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia, indirizzò alla Santa Sede dal 1993 al 2009. Si tratta di considerazioni teologiche che furono pubblicamente apprezzate dai Papi cui erano indirizzate (san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), anche se a quegli apprezzamenti e condivisioni di criterio circa i pericoli per la fede derivanti dalla «dittatura del relativismo» non seguì alcun atto di governo che rimediasse a quella evidente deriva dottrinale.

Anche in questo caso, considero esemplare – a prescindere dall’efficacia pratica del momento – il comportamento coraggioso e sincero di quel vescovo, tanto che ho deciso di raccogliere e pubblicare quelle lettere in un volume di prossima uscita nelle librerie (Mario Oliveri, Un vescovo scrive alla Santa Sede sui pericoli del relativismo dogmatico, Leonardo da Vinci, Roma 2017).

Riguardo a tutte queste iniziative da parte dei vescovi – che io considero ispirate a sincero amore per la Chiesa e quindi a responsabilità pastorale, unitamente alla dovuta prudenza e al rispetto dell’autorità – ci sono state anche delle severe critiche da parte di chi, come il professor Roberto de Mattei, le ritiene troppo timide. L’autorevole storico, in un articolo pubblicato in Radici cristiane, sostiene che i quattro cardinali hanno parlato solo di “ambiguità” nei documenti del Magistero attuale, mentre avrebbero dovuto denunciare la presenza in essi di vere e proprie eresie. Io non condivido questa opinione, perché non mi sembra teologicamente corretto parlare, in riferimento ai discorsi e agli scritti di papa Francesco, di “eresie” in senso formale (in un capitolo del libro che ho prima citato, Teologia e Magistero, oggi, ho illustrato i motivi per cui è impossibile basarsi sull’ipotesi di un Papa eretico), così come non è prudente spingere i vescovi, e in particolare i cardinali, ad assumere iniziative che rappresenterebbero uno scisma ancora più drammatico di quello provocato dalle critiche di monsignor Lefevbre agli insegnamenti del Vaticano II e alla riforma liturgica che ne conseguì.

LA NUOVA BUSSOLA - LOGO

Quanto all’uso dei mass media, in Italia è davvero esemplare il lavoro che tu, caro direttore, stai svolgendo da tanti anni con La Nuova Bussola Quotidiana e con Il Timone, due testate (una quotidiana e l’altra mensile) che contribuiscono efficacemente a ri-orientare l’opinione pubblica cattolica con la tempestività degli interventi e con la competenza dei suoi numerosi e valenti collaboratori, tra i quali non posso non nominare l’ex arcivescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, e recentemente anche un laico come Stefano Fontana, particolarmente competente in materia di Dottrina sociale della Chiesa.

Quanto all’elaborazione di studi di critica teologica, per molti anni ha lavorato in tal senso monsignor Brunero Gherardini, già decano della facoltà di Teologia della Pontifica Università Lateranense, autorevole studioso della teologia luterana, il quale ha contribuito a precisare il significato dogmatico della nozione cattolica di Tradizione (alla quale sono estranee le ideologie dei cosiddetti “tradizionalisti” cattolici) con degli studi di grande valore storico-dogmatico, in uno dei quali ha anche pubblicato una “lettera aperta” al papa Benedetto XVI illustrandogli la necessità di intervenite autorevolmente, con un documento pontificio, per spiegare i criteri teologici per i quali egli ha sostenuto che gli insegnamenti del Concilio Vaticano II non sono mai in discontinuità con la Tradizione (è la teoria dell’«ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa»).

Monsignor Gherardini ha poi diretto fino al 2014 la rivista vaticana di critica teologica Divinitas, capace di una critica equilibrata e sempre scientificamente rigorosa delle tendenze ereticali che si andavano diffondendo all’interno delle istituzioni accademiche della Chiesa. Io stesso ho dato vita all’Unione apostolica “Fides et ratio” per la difesa scientifica della verità cattolica. Essa si esprime, in rapporto agli eventi dell’attualità, attraverso il sito http://www.fidesetratio.it ma ha anche patrocinato una collana di studi teologici intitolata “Divinitas Verbi”, il cui primo volume, Teologia e Magistero, oggi (a cura di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2017) accoglie studi di Serafino Lanzetta, Ignacio Andereggen ed Enrico Maria Radaelli.

Ma torno a quanto avevo posto in cima all’elenco dei doveri di resistenza di ogni cattolico: il dovere assoluto di professare personalmente la verità rivelata e di farla arrivare integra agli altri, nel dialogo di amicizia con quante più persone possibile.

Mons. Antonio Livi

ARTICOLO PUBBLICATO SU “LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA” L’8 AGOSTO 2017

La morte di Mons. Raffaele Calabro Vescovo Emerito di Andria – Breve profilo

mons. calabro

Era nato nel profondo Salento o, più correttamente, nel cuore di quella che un tempo era la Terra d’Otranto. A Minervino di Lecce, nella storica Arcidiocesi di Otranto, il 10 luglio 1940.
Ed in piena estate ha concluso i suoi giorni terreni: è morto nella notte tra giovedì 3 e venerdì 4 agosto. E trovato la mattina del venerdì, nella sua casa andriese,in via Enrico De Nicola, oramai privo di vita.
Era già malato mons. Raffaele Calabro, ma probabilmente è stato un improvviso malore a causargli quella che chiamasi “morte subitanea” e che, un tempo, la Chiesa ci insegnava a pregare perchè il Padreterno ce la evitasse. Morire non è uno scherzo: occorre essere pronti, bisogna prepararsi. Gesù ce lo ha detto chiaro: “vegliate e pregate perchè non sapete nè il giorno nè l’ora”.
Nato durante la Guerra è diventato prete durante il Concilio: la Ordinazione Sacerdotale risale infatti al 15 marzo del 1964, il Vescovo che gli impose le mani fu monsignor Gaetano Pollio, missionario del Pime e Ordinario della Chiesa idruntina dal 60 al 69. Paolo VI era da pochi mesi Papa e stava attivandosi per la ripresa dei lavori interrotti con la morte di Papa Giovanni (giugno 63): il Concilio si sarebbe poi chiuso l’8 Dicembre del 1965.

chiesa s. mICHELE - MINERVINO

la chiesa parrocchiale, dedicata a San Michele Arcangelo, di Minervino di Lecce. 

Don Raffaele, originario dell’unica Parrocchia del paese dedicata a San Michele Arcangelo, inizia giovanissimo una “carriera” nel servizio diplomatico della Santa Sede: a soli 28 anni si trova già nella Nunziatura Apostolica in Brasile, poi dall’altra parte del Globo (Australia tra il 71 ed il 74). Si “avvicina” un poco nel 1975: svolge il suo ministero nella Nunziatura tedesca. Certamente porta sempre nel cuore la sua Minervino.
Gli anni Ottanta segnano per lui il ritorno in patria: lavora in Segreteria di Stato, preciasamente Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa. Nel novembre del 1988 Giovanni Paolo II lo nomina Vescovo della Diocesi di Andria: la Consacrazione Episcopale si svolge in San Pietro il giorno dell’Epifania del 1989. Mons. Calabro ha appena 49 anni e torna nella sua Puglia. L’ingresso solenne nella Cattedrale di Santa Maria Assunta avviene il 29 gennaio dell’89.

Andria segna un nuovo capitolo nella sua vita: dall’importante lavoro diplomatico in giro per il mondo si ritrova a guidare una popolosa Diocesi di campagna. Appena tre i comuni (Canosa, Minervino Murge ed appunto Andria) e 39 parrocchie: mons Calabro è pastore di centotrentamila anime.

VESCOVO DI ANDRIA
Ad Andria resterà saldamente alla guida della Diocesi per lunghi 27 anni: la città barese gli dedicherà la Cittadinanza Onoraria e lui sempre ricambierà l’affetto. Anche quando lascerà la guida della Diocesi per raggiunti limiti di età (Gennaio 2016: gli subentra il cerignolano, come Galantino, monsignor Luigi Manzo) Mons. Calabro continua a vivere nella città federiciana. Fa capolino, inesorabile, la vecchiaia ed anche la malattia. Nella notte del 4 agosto 2017, Primo Venerdì del mese, monsignor Raffaele Calabro rende l’anima al suo Signore.

cosimo de matteis

 

La salma di mons. Raffaele Calabro è accolta presso la chiesa San Domenico, ad Andria, e vi resterà fino alle ore 8 di lunedì 7 agosto, quando il feretro sarà traslato nella chiesa Cattedrale. Nel pomeriggio di lunedì, alle ore 16, il Capitolo Cattedrale reciterà la preghiera dell’ora media, mentre alle ore 17 la celebrazione eucaristica con il rito esequiale.
Oggi, sabato 5 agosto la diocesi ha organizzato una veglia di preghiera alle ore 21 presso la chiesa san Domenico col vescovo mons. Luigi Mansi che, per la scomparsa di mons. Calabro, ha anticipato il suo rientro da Lourdes.

Fondazione Natuzza Evolo e Vescovo Renzo : una vicenda da chiarire

Della intricata vicenda legata alla Fondazione Natuzza Evolo ed al Vescovo di Mileto parleremo prestissimo. Abbiamo espresso a caldo alcune impressioni (chi vuol leggerle clicchi qui) ma il tutto va trattato con ulteriore cautela ed approfondimento.

Natuzza cielo

Per ora ci limitiamo a due cose: riportare un video con le sue parole (della Serva di Dio Natuzza Evolo) e un giudizio espresso dal Sindaco di Catanzaro che ci pare saggio ed edificante. Ma, ribadiamo: “il bene vincerà” tornerà sull’argomento.

 

“Natuzza Evolo è un patrimonio spirituale della Calabria e non può in alcun modo essere oggetto di dispute. Rispetto l’autorità ecclesiastica e rispetto la storia della Fondazione “Cuore Immacolata di Maria”, ma ritengo che il culto della mistica, alla quale sono profondamente legato da quando avevo 17 anni, debba essere sottratto a contrapposizioni e rigidità che stento a comprendere. Mi appello alla sensibilità, al senso cristiano, al profondo rispetto che tutti dobbiamo avere per la straordinaria vita di Natuzza, perché Diocesi e Fondazione trovino i punti su cui poggiare una proficua collaborazione. Da sindaco di Catanzaro, Capoluogo della Calabria e città a cui Natuzza era molto legata, chiedo con umiltà che Chiesa e Fondazione tornino a parlare. Nessuna modifica di statuto della Fondazione può essere un ostacolo insormontabile. Sono certo che Natuzza, che ci guarda dall’alto, disapproverebbe quanto sta avvenendo. Non spetta a me dare giudizi o attribuire responsabilità, ma desidero solo esprimere il mio disagio di credente e di devoto a Natuzza rispetto a quanto sta accadendo”.(Sergio Abramo,sindaco di Catanzaro )

MEDJUGORJE – Messaggio del 2 Agosto 2017

Cari figli,

con la volontà del Padre Celeste, come madre di Colui che vi ama, sono qui con voi per aiutarvi a conoscerlo e a seguirlo. Mio figlio vi ha lasciato le impronte dei suoi passi, perché vi sia più facile seguirlo.

Non abbiate paura, non siate insicuri, io sono con voi. Non vi fate scoraggiare perché sono necessarie molte preghiere e sacrifici per coloro che non pregano, non amano e non conoscono mio Figlio. Aiutateli vedendo in loro i vostri fratelli.
Apostoli del mio amore ascoltate la mia voce in voi, sentite il mio amore materno, per questo pregate, pregate operando, pregate donando, pregate amando; operate e pensate nel nome di mio Figlio.

Quanto più amore darete, di più ne riceverete. L’amore che deriva dall’amore illumina il mondo. La redenzione è amore e l’amore non ha fine; quando mio Figlio verrà nuovamente sulla terra, cercherà l’amore nei vostri cuori.

Figli miei, Lui ha fatto molte opere d’amore per voi, io vi insegno a vederle, a capirle e a ringraziarlo amandolo e perdonando sempre il prossimo; perché amare mio Figlio significa perdonare. Mio figlio non si ama se non si può perdonare il prossimo, se non si può provare a capirlo, se si giudica. Figli miei, a cosa serve la preghiera, se non amate e non perdonate?

Vi ringrazio